Vista le dimensioni esigue dell'immagine che ne rendono pressochè impossibile la lettura, riportiamo di seguito il testo degli articoli presenti.
LA STORIA. Nel 1934 don Cesare Rovetta costruì la chiesa, ma per l'oratorio vero e proprio si dovette aspettare l'intervento di don Giuseppe Bregoli nel 1982
Quel campo cintato da piante di tabacco
Fu il vescovo Morstabilini, in visita pastorale, a stupirsi della mancanza di un centro parrocchiale attrezzato, invitando il parroco a provvedere
Lo sviluppo della frazione di Ponte San Marco (agli inizi dell'Ottocento c'erano solo un centinaio di persone) dal punto di vista abitativo ed economico-industriale si può collocare agli inizi del Novecento con la costruzione del Cotonificio Schiannini. L'iniziativa richiamò operai e operaie dai paesi limitrofi, dal Veronese e anche dal meridione. Si può dire che la variegata provenienza di persone dalla cultura diversa sviluppò una comunità eterogenea ma unita, intorno al lavoro e, un po' meno, intorno al campanile.
Le condizioni proibitive e i salari inadeguati degli operai furono la causa di non pochi scioperi, promossi prima dalle organizzazioni cattoliche e poi dalle leghe socialiste, che si susseguirono fino all'avvento del fascismo. L'origine composita della popolazione contribuì a far superare al piccolo centro il conservatorismo e la chiusura tipiche delle borgate agricole e a formare una società aperta alle innovazioni e all'accoglienza.
Nel 1934 arrivò come curato fisso don Cesare Rovetta. A quell'epoca avrebbe potuto iniziare la storia dell'oratorio, ma le sue preoccupazioni si volsero tutte verso la costruzione di una nuova chiesa. A quell'epoca Ponte San Marco contava 650 abitanti, «una borgata modesta ma importante per lo sviluppo che promette e per l'indomito spirito che ne anima gli abitanti, quasi tutti operai e artigiani». Lo spirito religioso non doveva essere troppo sviluppato, anzi era alquanto diffusa una vistosa indifferenza religiosa.
FINO AD ALLORA il catechismo si teneva nella vecchia chiesa dei santi Faustino e Giovita. Nel giro di pochi anni don Rovetta, con l'aiuto della gente e il cospicuo contributo dell'avvocato Gabardi e Gaetano Tomè del Cotonificio, costruì la chiesa, ma attrezzature vere e proprie per la catechesi, l'aggregazione e per il gioco dei ragazzi mancavano completamente. Solo nel gennaio del 1947, quando a gestire la parrocchia erano i padri dehoniani, i giovani si misero all'opera per adibire tre quarti di piò di terreno arativo, posto a sud della nuova chiesa, a campo sportivo. Fu cintato con steli di piante di tabacco, dati da un agricoltore del luogo. Nel 1956 il nuovo parroco don Luigi Eloni fece cintare il campo sportivo, e al piano terreno della canonica costruita dai padri dehoniani, aprì l'Acli con due campi di gioco di bocce.
Successivamente, sempre nello stesso locale ampliato, fu aperta una sala di proiezioni cinematografiche e, per i ragazzi, questo era già un punto di riferimento dopo il catechismo, che si teneva sempre in chiesa. Don Eloni se ne andò nel 1972.
L'oratorio vero e proprio fu opera di don Giuseppe Bregoli, parroco dal 1972 al 1986. Il tutto ebbe inizio con la visita pastorale del vescovo mons. Morstabilini, che rimase meravigliato dell'assenza di strutture adeguate. Invitò il parroco a dotare la parrocchia di attrezzature necessarie alla catechesi e alla ricreazione per la gioventù. Don Bregoli, uomo di spirito concreto e generoso, si mise all'opera e, usufruendo del lascito Romanelli, vendette il palazzo che era stato dei Manerba e dei Gambara, e utilizzò i terreni circostanti la chiesa. I lavori, dopo inenarrabili peripezie burocratiche, iniziarono solo nel marzo del 1981 e il 15 maggio dell'82 ci fu l'inaugurazione ufficiale del centro parrocchiale «Romanelli».
Finalmente ragazzi e giovani avevano una sede e dei locali adatti per la catechesi e le attività ricreative. Nacquero una polisportiva, l'Azione Cattolica Ragazzi e Giovani e il gruppo catechisti.
Nel frattempo la comunità di Ponte San Marco ha raggiunto le tremila unità; l'industrializzazione è aumentata, pur con la crisi, e sono arrivati molti extracomunitari. Ma la gente del paese, che si formò sull'immigrazione dell'inizio del secolo scorso, è ospitale: l'accoglienza e la convivenza, nel nuovo oratorio rinnovato e dedicato a Pier Giorgio Frassati, è un costume di vita.
IL PARROCO. Il nuovo oratorio, inaugurato un anno fa dal vescovo di Brescia, è davvero un'opera «colossale»
Don Bergamaschi: «Tutto si può fare basta metterci lo spirito giusto»
Per gli extracomunitari una volta al mese c'è la messa in inglese
Il 10 ottobre di un anno fa il vescovo di Brescia inaugurava il nuovo oratorio di Ponte San Marco, dedicato a Piergiorgio Frassati. Si tratta di un'opera colossale se la commisuriamo alla comunità parrocchiale dei tremila abitanti che vivono nell'ambito della vivace frazione di Calcinato. La volontà tenace del parroco don Riccardo Bergamaschi e dei suoi collaboratori ha saputo raggiungere un obiettivo che è la risposta adeguata alle esigenze dei ragazzi, dei giovani e della comunità tutta. Accoglienza, aggregazione, catechesi e gioco sono le parole che possono sintetizzare lo spirito che anima la nostra nuova struttura oratoriana.
Don Riccardo, cominciamo con l'accoglienza. Di questi tempi, con la politica della paura del diverso, dello straniero...
Ponte San Marco è il centro più industrializzato del Comune di Calcinato. Era inevitabile che un buon gruppo di stranieri vi si convogliasse. Come è tradizione della comunità di Ponte San Marco, anche il nostro oratorio ha le porte aperte e accoglie tutti: ragazzi e adolescenti senza pregiudizi, anzi... Più del 18% della popolazione è costituito da extracomunitari. Per questa fascia di popolazione viene celebrata una messa in inglese, una volta al mese, per farli maggiormente sentire a casa loro.
Il nostro oratorio ha vissuto un'esperienza particolare. Negli anni scorsi, in seguito ad un delitto avvenuto sul lago, alcuni adolescenti del paese - che avevano assistito al fatto - furono affidati dal tribunale dei minori alle nostre cure. L'inserimento nelle attività sportive dell'oratorio e la calorosa attenzione e accoglienza degli altri gruppi ha creato il giusto clima che ha permesso un'utile integrazione. Questi ragazzi sono ora parte integrante di una nostra squadra di calcio e riscuotono le simpatie generali.
La nuova struttura oratoriana vi permette di supplire alle molte carenze aggregative della società civile e di svolgere un ruolo educativo fondamentale.
In questi cinque anni - tanto c'è voluto per razionalizzare e sistemare chiesa, canonica, palestra, sala polivalente e aule di catechismo - abbiamo creato i presupposti per svolgere un ruolo indispensabile nella comunità di Ponte San Marco. Diamo un supporto ai genitori che lavorano organizzando, per esempio, i «pomeriggi all'oratorio». Sviluppiamo un progetto educativo fondato sui valori cristiani capace di far vivere ai bambini momenti in cui l'impegno extrascolastico, il gioco e la socializzazione diventino un'occasione di crescita e di sviluppo delle potenzialità di ognuno.
In concreto cosa fate?
Abbiamo avviato lo spazio-incontro «Non solo compiti», pensato da alcune mamme e con la collaborazione di volontari diplomati o laureandi, per l'esecuzione dei compiti assegnati a casa, una sorta di doposcuola; il tutto contornato da altre attività come il laboratorio musicale, il laboratorio teatrale e il gioco libero assistito. Sempre con il contributo di volontari educatori, organizziamo anche gite istruttive. Per il resto abbiamo due campi di calcio in sintetico, una palestra con 250 posti a sedere per il pubblico, una sala polivalente per attività varie e che può essere anche teatro. Tutto è stato fatto secondo norma di legge, con l'abbattimento delle barriere architettoniche e l'installazione di impianti fotovoltaici sul tetto della palestra. In questi ambienti ruota una vita associativa ed educativa dinamica: basta metterci lo spirito giusto. G.B.M.
Ai funerali qualcuno ci allungava la paghetta...
«Ho conosciuto don Cesare Rovetta, il vecchio parroco che ha costruito la nuova chiesa», ricorda Peppino Conforti, falegname per vocazione, che ora pensa di chiudere i battenti.
Lo conosceva bene perché suo padre, anch'egli falegname, aveva costruito i banchi della chiesa e spesso, mano nella mano, andava nella vecchia canonica distrutta poi dai bombardamenti del 1944.
«In quegli anni - continua Conforti - non c'era l'oratorio e i ragazzi si arrangiavano come potevano, giocando per strada o nei campi intorno alla chiesa dove, la domenica pomeriggio, si faceva il catechismo. Esisteva, però, l'organizzazione dei chierichetti.
ANCH'IO SERVIVO nelle funzioni in chiesa, e alle messe cantate avevo l'incarico di portare la navicella con l'incenso. Il capo dei chierichetti era Carlo Bresciani, che è poi diventato giornalista al Giornale di Brescia. Solo ai funerali c'era sempre qualcuno che ci allungava la paghetta. E poi c'era il pranzo annuale: il parroco metteva all'opera Giulia, la sua perpetua, e ci preparava il coniglio con la polenta.
Con la fame che correva in quegli anni di guerra, essere invitati a pranzo era un lusso imperdibile.
Durante il pranzo, mentre tutti si leccavano le dita, don Rovetta cominciava a miagolare. Allora cercavamo il gatto sotto il tavolo ma, in realtà, il gatto era quello che avevamo nel piatto».
Dolorose vicende famigliari portarono via da Ponte San Marco il nostro Peppino, ma quando, finalmente sposato, ritornò al paese d'origine, non riuscì più a staccarsi dall'oratorio e dalle organizzazioni della parrocchia e, quando c'era bisogno, ha messo a disposizione la sua perizia acquisita all'estero.
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